Il Festival

Perché un Festival dell'Architettura a Colle Val d'Elsa?

2050 ArchiFest – abitare il mondo altrimenti ha promosso la cultura intorno al patrimonio architettonico delle piccole città, la dimensione urbana del possibile, e ha voluto far riscoprire ai cittadini come l’architettura, in modo rivoluzionario e profondamente etico, può dare forma al sentire collettivo ed essere espressione della comunità, di un popolo, di una città, di un paesaggio, di una storia.

C’è un’Italia fatta di piccoli centri che gravitano intorno alle grandi aree metropolitane e che sono l’elemento di connessione tra queste e il territorio fatto di piccoli borghi. Hanno un ruolo funzionale e strategico sia dal punto di vista economico che sociale. Colle di Val d’Elsa è uno di questi. È l’elemento di cerniera tra l’area metropolitana di Firenze, la città di Siena e il territorio con San Gimignano e i borghi della Valdelsa. Nel tempo ha ricoperto un ruolo importantissimo nel settore produttivo e manifatturiero, come la produzione del cristallo, e nell’ambito dell’offerta di servizi essenziali per le aree circostanti.

Dopo la profonda crisi economica che ha segnato tutto il territorio, Colle di Val d’Elsa è di fronte alla grande sfida di ridisegnare il proprio modello di sviluppo e il Festival dell’Architettura può essere un primo momento di riflessione sul ruolo della città e per rilanciarla come esempio virtuoso di città sempre più inclusiva, sicura, duratura e sostenibile.

Vivere in piccoli centri urbani può essere una grande opportunità.

Con un nutrito programma di seminari, incontri, laboratori, performance ed eventi, per 10 giorni, Colle di Val d’Elsa è stata al centro del dibattito sul futuro della città e del territorio. Se prima della pandemia già ci domandavamo se esiste una dimensione urbana del possibile, la crisi ci ha fatto porre la stessa domanda con più enfasi ed urgenza.

Con questo Festival non abbiamo voluto affermare con presunzione che sì, è meglio vivere nei piccoli centri piuttosto che in una grande città, alimentando la sterile dicotomia, ma interrogarci su quali siano le città possibili e porre l’attenzione su quella parte, grande, del nostro territorio che si struttura su un sistema urbano policentrico che come un grande disegno integrato e stratificato caratterizza la nostra penisola. L’Italia è fatta di piccole città che non sono solo testimonianza storica da preservare, ma sono un segno architettonico persistente che perdura nel tempo grazie alla sua forza generatrice tutta da riscoprire e da reinterpretare per affrontare le sfide di un futuro sempre più incerto. Non possiamo permetterci di sprecare questo patrimonio consolidato e il potenziale di sviluppo e benessere ad esso associato.